Raymond Carver | Bevendo e guidando

Agosto. In sei mesi
non ho letto un libro
a parte una cosa intitolata La ritirata da Mosca
di Caulaincourt.
Comunque sono contento,
vado in macchina con mio fratello,
beviamo una pinta di Old Crow.
Non abbiamo in mente nessuna meta,
andiamo e basta.
Chiudessi gli occhi per un momento
ecco, sarei perduto, ma
potrei stendermi e dormire per sempre
sul ciglio della strada.
Mio fratello mi dà di gomito.
Tra un minuto, chissà, accadrà qualcosa.

(Raymond Carver)

 

una malattia, nove rimedi, sette guarigioni

OLYMPUS DIGITAL CAMERAGiuro, questa è l’ultima volta che mi siedo al centro dell’universo. Devo smetterla di avvitarmi su me stessa. Sono come gli altri, è questa la verità, non c’è nulla di speciale in me. Non è una cosa negativa, anzi: sono felicemente come gli altri. È una liberazione, in fondo. Quindi non mi farò più a pezzi, tanto tutto è già stato detto, scritto, raccontato, suonato e cantato. Ma siamo agli ultimi passi, e mi concedo ancora qualche parola. Non per piangere, né per celebrare il dolore, la rovina, ma per battezzare i rimedi, le mie medicine.

Sono arrivata, dunque, in questo luogo di quiete. Vedo tutto: strade, mulattiere, terra, tasselli di cielo, alberi, libri, pensieri, parole, opere e omissioni. Gli incontri e gli scontri, le persone che hanno portato i pezzi per assemblarmi, quelle che hanno rotto il giocattolo, che hanno abbandonato questo piccolo corpo, “Vai, balla!”. Incrocio gli umani che ho deluso, quelli che non ho trattenuto (mi guardate in modo strano: mi pensavate innocente?): vorrei far finta di nulla, ma non li posso ignorare. Per loro ho un mezzo sorriso: sorry, è andata così.

Vedo tutto, senza soffocare.

È l’ultima volta, giuro. Poi smetterò di girare in tondo, di roteare gli occhi, di voltarmi per capire. Non guarderò nemmeno avanti. Al diavolo l’origine, i percorsi, il futuro. Tra ciò che è stato e ciò che sarà scivolano le guarigioni, conquiste di pace, e i nove rimedi che mi hanno restituita al mondo. Non le strade, ma le aperture, la nascita e la morte del fiore.

Le mie guarigioni, tante in una, tutte meno una. Manca l’ultima: il passo falso, il lampo, la capriola, l’interruttore.

I miei cambi di rotta sono quinquennali. Già, ogni cinque anni, più o meno, mi ammalo e guarisco. Ogni cinque anni la vita si rovescia, e io devo ricominciare da zero. Cambio, in meglio o in peggio, non importa. All’inizio, c’è questo piccolo taglio, una minuscola ferita. Nulla di importante. Così, la trascuro, non ci faccio caso: confesso, mi infastidisce. La piccola ferita inizia ad allargarsi; nel giro di poco tempo diventa una voragine. Quando decido di intervenire la situazione è irreparabile, senza speranza. Non c’è molto da fare: arrivata a questo punto, mi limito a rattoppare. Con un filo, come una sarta, provo a richiudermi, come posso, e ciò che si forma è altro, qualcosa di nuovo. La pelle-involucro sembra una piccola catena montuosa, con sbalzi e dislivelli. Anche le cose che stanno dentro assumono forme diverse. Dalla ferita è entrato di tutto, senza filtri, senza guardie pronte a fermare gli intrusi. Ricucendomi, mi modifico. E allora è necessario creare un nuovo alfabeto, cambiare prospettiva, punto di vista. Unendo lembi e attaccando alla meglio i pezzi mi trovo tra le mani un essere ri-composto. Chiamo questo processo guarigione. La ferita in qualche modo si chiude; è bruttina da vedere, se ne starà per lo più in silenzio, qualche volta tornerà con piglio guerriero, farà la pazza quando cambierà il tempo.

Dopo un anno, due al massimo, scopro una nuova lesione: piccola all’inizio, pronta ad allargarsi col tempo. Non imparo, non imparo mai: lascio che tutto avvenga, che la ferita diventi immensa, e via di questo passo. Sono arrivata a quota sette. Sette giri, sette guarigioni. L’ultima, però, è stata diversa. Sono passati più di tre anni, e ancora la pelle non si è riaperta. E’ stato un cambio gentile. Una capriola, due, tre, ed eccomi in un tempo nuovo. Solo una sbucciatura al ginocchio: l’età è quella che è.

Sarà che l’ultima volta non mi sono ricucita, la mano malferma e la vista debole mi hanno impedito di infilare l’ago. Non ce l’ho fatta. Lacerata, con le ossa in vista, mi sono distesa sul prato. Ho lasciato che gli alberi, i miei cari e i dottori mi coprissero di foglie. Ho chiuso gli occhi, aspettando che passasse l’inverno. Senza ago, né filo. Non era sonno, il mio: immobile ascoltavo, sentivo. La nebbia, la pioggia, la neve.

Si può cambiare, davvero, la propria Idea sul mondo, sullo stato delle cose? Io mica ci credevo, prima di essere vestita di foglie: così è, dicevo. Sì, ma può anche essere altro. E altro sia, dissi, riaprendo gli occhi. L’inverno del 1912 mi portò i rimedi, le nove pietre che hanno levigato la pelle. Con quale grazia ora questo corpo accoglie gli eventi-freccia, le variabili impazzite, le deviazioni sul tavolo da biliardo, l’obliquo che attraversa a sorpresa la vita! Sorride alle benefiche botte in testa, alla mente sottile che vede e non trattiene. Intorno svolazza l’instancabile creatura chiusa in convento qualche vita fa. Muta, non ha conosciuto dolori, paure, solo un leggero spaesamento. “Mi hanno portata qui, per ascoltare e servire”. L’ha fatto per nove anni. La più pura, tra le migliaia di anime che ho incrociato.

(stefania crozzoletti, inedito 2013)

già pubblicato il 21 agosto 2013 nel blog Filosofi per caso

 

Marianne Moore | Quanto basta

Se sono una fanatica? Al contrario.
………..E dove mai mi piacerebbe stare?
………..Sotto l’olivo di Platone, a terra
….o appoggiata al suo vecchio, sodo tronco,

………..lontana da polemiche
………..o persone colleriche.

Se vuoi le pietre al posto giusto, indenni
………..da calce (il muratore dice “malta”)
………..squadrate e lisce, devi rispettarle,
….come disse Ben Jonson, o intendeva.

………..In Discoveries egli disse ancora:
………..«Sii per la verità. È quanto basta.»

(Marianne Moore)

Simone Weil | A una giovane ricca

Climene, col tempo vedrò nel tuo incanto
Sgorgare di giorno in giorno il dono delle lacrime.
Ancora la tua bellezza è un’armatura d’orgoglio;
Lo scorrere dei giorni la ridurrà in cenere;
Nessuno ti vedrà discendere, splendente,
Nel buio della bara, fiera, la maschera calata.

A qual promesso destino, nel tuo fiore fugace,
Scendi? Quale destino? Che fredda miseria
Verrà a serrarti il cuore fino al grido?
Niente si leverà per salvare tanta grazia;
Il cielo rimane muto mentre un giorno cancella
I tratti puri, il dolce carnato che vide brillare. Continua a leggere

Already Yesterday

Nel duemilatredici dopo Cristo
si cercavano ancora le parole nuove
– con ostinazione! -
Rivoluzioni & Pasticche Innovative
 
Una lunga fila di Messia – quanti miracoli
e germogli uscivano dalle penne, dalle bocche!
 
Si lanciavano sfide – gli Illusi -
sventolando guanti e spade, gonfiando i petti.
 
Tutti amavano tutti?
Ne dubito, ma tutti sapevano Tutto.
Un pasto digerito, eppure
mancava la riga che chiudeva il caso.
 
Compagni! – disse Numero Uno -
(il capo della banda?)
Vi dono l’alternativa al già-detto.
Io ce l’ho, la chiave che salva.
Sentitela pulsare. Non provate a descriverla:
a dirla – miei cari – perde senso.

 
Tutti avevano compreso?
A ben vedere, gli sguardi erano opachi.
Gli adoranti sorridevano, colmi di gratitudine.
I contrari blateravano, per le pari opportunità.
Il capo pensò potremmo essere nell’anno zero.
 
Nel duemilatredici. Dopo Cristo, s’intende.

 
(stefania crozzoletti, inedito 2013)

cent’anni

milky way

oggi ho cent’anni e lascio
quel poco imbevuto di consolazioni
ancoraggi di fede, arrembaggi mancati

cent’anni mai sola – ma isola sempre
salvata una volta da Ziggy Stardust
e da galassie senza giudizio

a cent’anni entro nel bosco
finalmente più padre che madre
nulla da creare, nessuno che possa
fecondarmi

invece ho un seme – il mio! -
che germoglia e si fa figlio:
respiro e passi

chiamo acqua le gioie
terra le braccia e i piedi
fuoco le dita che mi guarirono
aria il presente

poco prima di andare ringrazio
il corpo-depuratore:
Per le droghe assimilate senza tante storie, grazie.
Per aver pazientemente sopportato le medicine
la carne avvelenata e le mele marce
le polveri sottili, le feste comandate
le lezioni di diritto commerciale, le discussioni nei blog letterari
le interminabili ore di lavoro, le mie poesie
grazie”.

Oggi ho cent’anni e potrei dire
che tutto è compiuto, invece
chiedo un secolo e un altro ancora
per tornare nella casa delle storie
nel mio piccolo purgatorio personale
e cancellare con cura ogni segno
dare aria alle stanze.

(sc, inedito 2013)